Il nome è antico. I pescatori peruviani lo chiamavano El Niño de Navidad, “il bambino di Natale”, perché le acque più calde comparivano lungo le coste del Pacifico orientale attorno al periodo natalizio.
Oggi quello stesso nome identifica uno dei fenomeni climatici più monitorati al mondo.
Durante un evento El Niño, i venti alisei si indeboliscono e una quantità maggiore di calore resta concentrata nella parte orientale del Pacifico.
La temperatura superficiale dell’oceano aumenta e cambia il modo in cui energia e umidità vengono distribuite nell’atmosfera. Un’alterazione che può sembrare contenuta, almeno osservata nei numeri, ma che è in grado di influenzare sistemi climatici molto distanti tra loro.
Le più recenti proiezione del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration - Agenzia governativa statunitense di studi oceanografici) indicano una probabilità elevata che condizioni di El Niño si sviluppino nel corso del 2026. L’intensità dell’evento resta però incerta.
La distinzione è importante: nel dibattito pubblico, probabilità e certezza tendono spesso a sovrapporsi, mentre in climatologia rappresentano due piani diversi. Un fenomeno può essere considerato plausibile senza che i suoi effetti siano prevedibili con precisione.
In Europa, ad esempio, il legame con El Niño è relativamente debole rispetto alle regioni affacciate sul Pacifico. Il fenomeno non determina automaticamente estati più calde o inverni più piovosi e i suoi effetti sul continente europeo tendono a essere indiretti e meno evidenti.
In altre aree del mondo, invece, il segnale è molto più chiaro. Lungo le coste del SudAmerica possono aumentare precipitazioni e inondazioni, mentre Australia, Indonesia e parte dell’Africa australe rischiano condizioni più secche del normale.
La stessa anomalia climatica produce quindi effetti molto diversi a seconda del luogo in cui si manifesta.
Quando si parla di El Niño si tende però a guardare soprattutto alle mappe meteorologiche o alle anomalie termiche degli oceani. Più raramente si osservano le conseguenze indirette.
L’evento del 2015 - 2016, tra i più intensi registrati, è stato associato a riduzioni della produzione agricola, crisi alimentari in alcune aree dell’Africa australe e alterazioni degli ecosistemi marini lungo le coste del Pacifico. In altri contesti, fenomeni simili hanno contribuito ad aumentare la pressione sui sistemi sanitari o a modificare disponibilità e prezzi di alcune materie prime alimentari.
Gli effetti, inoltre, non restano confinati ai territori direttamente colpiti. Alcune ricerche pubblicate negli ultimi anni stimano che i grandi eventi El Niño possano produrre impatti economici globali nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari distribuiti nel tempo. Non soltanto per i danni immediati causati da alluvioni o siccità, ma anche per le conseguenze indirette sulle filiere agricole, sui commerci internazionali, sulla produttività del lavoro e sulla stabilità economica di intere regioni.
È uno degli aspetti meno intuitivi del fenomeno: un’anomalia termica nell’Oceano Pacifico può propagare effetti economici ben oltre il luogo in cui si manifesta.
Gli effetti climatici, del resto, raramente si distribuiscono in modo proporzionale.
A parità di fenomeno, cambiano in funzione delle condizioni di partenza. Contano la qualità delle infrastrutture, l’accesso alle risorse idriche, la stabilità economica, la capacità di adattamento dei territori. In molti casi la vulnerabilità esiste già e l’evento climatico agisce come elemento di pressione aggiuntivo.
Forse è proprio questo l’aspetto più rilevante. La vera notizia, infatti, non è soltanto l’eventuale ritorno di El Niño, ma il contesto in cui potrebbe manifestarsi.
L’episodio del 2023 - 2024 si è sovrapposto a un pianeta già più caldo rispetto al passato, contribuendo, insieme al riscaldamento globale di origine antropica, ai record di temperatura osservati negli ultimi anni. Significa che ogni nuova oscillazione climatica si inserisce oggi in un sistema che ha già perso parte dei propri margini di equilibrio.
I suoli sono sottoposti a stress idrico più frequente, molti ecosistemi mostrano minore capacità di recupero e alcune infrastrutture continuano a essere progettate sulla base di condizioni climatiche che stanno cambiando.
El Niño non crea queste fragilità: le incontra in una fase diversa rispetto a quella di pochi decenni fa.
Per questo il tema non riguarda soltanto l’arrivo di un nuovo fenomeno climatico, ma la capacità dei territori di assorbire gli effetti.
La stessa anomalia atmosferica può produrre conseguenze differenti quando si manifesta in sistemi che dispongono di risorse, tempo e margini di adattamento diversi.
Il bambino, questa volta, arriva in un mondo che non è semplicemente più caldo. Arriva in un mondo che, in molti casi, è diventato anche più vulnerabile.
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