In Italia si stima che tra i 7 e i 10 milioni di persone si prendano cura ogni giorno di un familiare non autosufficiente. Lo fanno senza contratto, senza retribuzione, senza orari definiti.
Nella maggior parte dei casi, inoltre, lo fanno mentre portano avanti anche un’attività lavorativa.
Non si tratta di una condizione marginale: è una realtà diffusa che attraversa milioni di famiglie e che solo recentemente sta iniziando a entrare nel dibattito pubblico, nelle politiche sociali e nelle riflessioni organizzative.
Il tema del caregiving nel lavoro non riguarda sempre l’uscita immediata dal mercato occupazionale. Più spesso riguarda una permanenza progressivamente ridotta.
Chi assiste un familiare raramente smette di lavorare da un giorno all’altro. Più spesso rinuncia alle trasferte, declina ruoli con maggiore responsabilità, si allontana dai progetti più esigenti in termini di tempo e presenza.
Dall’esterno può apparire come disimpegno o minore ambizione. I dati raccontano altro.
Secondo diverse rilevazioni europee, oltre il 40% dei caregiver familiari dichiara di aver rinunciato ad opportunità professionali per continuare a garantire assistenza. Circa uno su cinque riduce l’orario di lavoro. Una quota più contenuta interrompe del tutto il proprio percorso occupazionale.
Il punto è che il ritiro non avviene sempre in modo visibile. Spesso avviene per sottrazione.
Il paradosso è preciso: una funzione socialmente essenziale continua a poggiare in larga parte su lavoro informale e non retribuito, spesso a scapito del lavoro formale e retribuito di chi la svolge.
A sostenere il peso maggiore restano soprattutto le donne, che rappresentano oltre il 70% dei caregiver familiari in Italia. Molte si collocano in una fascia d’età compresa tra i 35 e i 60 anni: gli anni in cui, normalmente, una carriera accelera, si consolida o raggiunge ruoli decisionali.
In questo incrocio tra cura e lavoro si gioca una parte rilevante del divario occupazionale e reddituale di lungo periodo.
Esiste un’espressione utilizzata in letteratura: caregiver burden. Indica il carico cumulativo (fisico, emotivo e organizzativo) che deriva dal tenere insieme responsabilità di cura continuative e vita professionale.
Non significa soltanto avere meno tempo.
Significa vivere in una negoziazione costante: tra le urgenze del lavoro e quelle della famiglia, tra la disponibilità richiesta dall’azienda e quella richiesta da chi dipende da te, tra l’identità professionale che si vorrebbe preservare e quella relazionale che non può essere sospesa.
Quando il caregiving diventa una condizione strutturale, anche le risposte dovrebbero esserlo. Servizi territoriali affidabili, congedi realmente accessibili, flessibilità organizzativa concreta e strumenti di welfare mirati restano ancora troppo spesso insufficienti o disomogenei, pur essendo elementi essenziali per trasformare una gestione individuale della fatica in una responsabilità più condivisa.
In Italia qualcosa si sta muovendo, anche se con velocità e intensità diverse. La Legge 33/2023 ha introdotto per la prima volta un riconoscimento giuridico del caregiver familiare, segnando un passaggio significativo in un ambito rimasto a lungo privo di una cornice chiara. È un primo passo, non ancora sufficiente, ma utile a rendere visibile ciò che per anni è rimasto implicito.
Esiste però un livello ulteriore, che nessuna norma può sostituire e che riguarda il modo in cui abitiamo ogni giorno i luoghi di lavoro.
Molte forme di fatica non entrano nei dati aziendali, non compaiono nei calendari condivisi e non vengono dichiarate in una riunione del lunedì mattina.
Non sappiamo se la persona seduta accanto a noi abbia trascorso la notte in ospedale, se abbia dormito poche ore, se prima di arrivare in ufficio abbia già gestito medicine, telefonate urgenti o la fragilità di qualcuno che dipende da lei.
Quasi mai conosciamo davvero la seconda giornata degli altri.
Per questo la gentilezza, nel lavoro, non è un dettaglio caratteriale né una forma di cortesia accessoria. È una competenza relazionale. Significa sospendere giudizi troppo rapidi, evitare di confondere la stanchezza con il disinteresse, la minore disponibilità con la scarsa motivazione, il silenzio con la distanza.
Spesso chiediamo performance a persone che stanno già sostenendo molto più di quanto immaginiamo. Chi sa riconoscerlo fa una differenza silenziosa, ma enorme.
A chi l’ha fatto anche per me, grazie.
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