Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin, i tre scienziati del British Antarctic Survey che nel 1985, dalla base di Halley Bay in Antartide, scoprirono il buco dell'ozono. Il loro strumento, uno spettrofotometro Dobson in uso dagli anni '50, registrava valori così bassi che Farman, all'inizio, pensò a un guasto: ordinò un nuovo apparecchio e aspettò un anno prima di pubblicare, per esserne certo.
Il 16 settembre 1987, a Montreal, fu adottato e aperto alla firma il Protocollo di Montreal, l'accordo internazionale che avrebbe avviato la progressiva eliminazione delle sostanze responsabili della distruzione dello strato di ozono. È il primo trattato ambientale della storia ad aver raggiunto la ratifica universale: tutti i paesi del mondo ne sono parti.
Le concentrazioni delle sostanze che danneggiano l'ozono nella stratosfera antartica sono diminuite significativamente dal picco raggiunto attorno al 2000 e, secondo l'ultima valutazione scientifica congiunta di WMO e UNEP, se le politiche attuali resteranno in vigore lo strato di ozono dovrebbe tornare ai livelli del 1980 attorno al 2045 sull'Artico e al 2066 sull'Antartide.
Il traguardo è ancora davanti a noi, ma la traiettoria è confermata da quasi quarant'anni di dati concordanti. È uno dei casi più significativi in cui l'umanità ha individuato un problema ambientale globale, ha deciso collettivamente di affrontarlo e sta riuscendo a invertirne la rotta.
Vale la pena guardare più da vicino perché ha funzionato, prima di trarne conclusioni troppo generali.
I clorofluorocarburi (CFC) erano prodotti da un numero relativamente ristretto di grandi aziende chimiche, con DuPont tra i principali produttori mondiali. Quando la comunità scientifica dimostrò il legame tra questi composti e la distruzione dell'ozono, l'industria si oppose inizialmente alle restrizioni. La posizione di alcuni grandi produttori cambiò quando la minaccia divenne più evidente e iniziarono a essere disponibili alternative tecnologiche. DuPont, che aveva una posizione dominante nel mercato, investì nello sviluppo di sostituti e nel 1988 annunciò l'intenzione di cessare la produzione dei CFC.
La concentrazione del settore contribuì a rendere più praticabile una trasformazione: relativamente pochi produttori, processi industriali circoscritti e alternative chimiche che potevano essere sviluppate e adottate. Non fu, naturalmente, una transizione semplice né priva di interessi economici. Ma la combinazione tra pressione scientifica, regolazione internazionale e innovazione tecnologica rese possibile cambiare rapidamente la traiettoria di un intero mercato.
Il cambiamento climatico ha un'architettura molto diversa. Le emissioni di gas serra attraversano ogni settore produttivo, ogni filiera, ogni scelta quotidiana di miliardi di persone. Non esiste un'unica sostanza da bandire né una manciata di produttori da convincere. Il confronto tra i due problemi, per quanto tentante, non regge fino in fondo.
C'è però un altro elemento, meno tecnico, che ha avuto un ruolo importante: la capacità di trasformare una questione scientifica in una questione pubblica.
Il buco dell'ozono era un fenomeno invisibile, difficile da percepire direttamente nella vita quotidiana. Le osservazioni scientifiche, le immagini satellitari e la crescente copertura mediatica contribuirono a renderlo concreto e comprensibile anche al di fuori dei laboratori. Una minaccia atmosferica diventò una questione visibile, discussa e riconoscibile dall'opinione pubblica.
Questa crescente attenzione contribuì a creare pressione politica affinché governi e imprese intervenissero. La scienza aveva prodotto le evidenze; la società aveva contribuito a renderle difficili da ignorare.
I dati, da soli, non hanno riparato il cielo. Sono serviti accordi internazionali vincolanti, meccanismi economici, trasferimento tecnologico, sistemi di monitoraggio e la capacità di aggiornare le regole quando cambiavano le conoscenze scientifiche.
È forse questo l'aspetto più interessante della storia del Protocollo di Montreal: scienza, opinione pubblica, economia e istituzioni si sono influenzate a vicenda fino a rendere possibile una trasformazione.
Eppure c'è un elemento che accomuna il problema dell'ozono e quello climatico, ed è meno scontato di quanto sembri: molte delle soluzioni necessarie sono già disponibili.
Nel suo Rapporto di sintesi del 2023, l'IPCC ha ribadito che esistono opzioni di mitigazione tecnicamente fattibili ed efficaci per ridurre rapidamente le emissioni. Molte di queste sono già applicabili e i loro effetti sono misurabili, dai settori dell'energia a quelli dell'edilizia, dei trasporti e dell'industria. La difficoltà riguarda soprattutto la velocità e la scala con cui queste soluzioni vengono adottate.
Anche la storia dell'ozono, del resto, ha continuato a evolversi dopo il Protocollo del 1987. Gli HFC, introdotti come sostituti di molti CFC, non danneggiano lo strato di ozono ma sono potenti gas serra. Nel 2016, l'Emendamento di Kigali ha quindi introdotto una progressiva riduzione degli HFC, mostrando come un accordo ambientale possa evolvere insieme alle conoscenze scientifiche e agli effetti delle proprie stesse soluzioni.
Forse è proprio questo il punto in cui l'ottimismo, per essere utile, deve restare concreto: i problemi ambientali hanno caratteristiche diverse, le soluzioni disponibili cambiano da settore a settore e le transizioni richiedono tempi, investimenti e strumenti differenti.
La storia dell'ozono resta però una prova che la cooperazione internazionale, quando mette insieme obiettivi chiari, dati condivisi, pressione pubblica, innovazione e regole capaci di evolvere, può produrre risultati reali.
La curva dell'ozono sta tornando verso i livelli di quattro decenni fa. È un risultato concreto, costruito nel tempo, che racconta una possibilità: quando una società riconosce un problema, dispone delle conoscenze per affrontarlo e costruisce gli strumenti per agire, anche una crisi ambientale globale può cambiare direzione.
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