Hotel Polissya, Pripyat. La scritta sul tetto è ancora leggibile; gi alberi, nel frattempo, hanno deciso da soli dove crescere.
Il 26 aprile 1986, il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl esplose nel cuore della notte. Nelle ore successive, una zona di 30 chilometri attorno alla centrale fu evacuata.
La città di Pripyat, costruita appositamente per i lavoratori dell'impianto e abitata da 50.000 persone, fu svuotata il giorno seguente in meno di tre ore.
Molti degli animali domestici e randagi rimasti vennero abbattuti, nel tentativo di limitare la dispersione di materiale radioattivo verso le aree circostanti. Il suolo si caricò di cesio-137 e stronzio-90. Le foreste di conifere più vicine alla centrale virarono al rosso, poi morirono: quella macchia è rimasta nei decenni come una sorta di marchio, ed è ancora oggi chiamata Foresta Rossa.
Si pensava che quell'area sarebbe rimasta inaccessibile per secoli. Non è andata così.
Quarant’anni dopo, la Zona di Esclusione rappresenta uno dei più grandi laboratori di rewilding d’Europa e, considerando insieme le aree protette ucraina e bielorussa, la terza riserva naturale per estensione dell’Europa continentale. Non per scelta, non per progetto: per assenza.
Cervi, lupi, linci, bisonti europei, cavalli di Przewalski e oltre duecento specie di uccelli abitano oggi quello che doveva essere un territorio morto.
Le telecamere a trappola installate dai ricercatori hanno restituito immagini di volpi che posano sull'asfalto vuoto, linci che attraversano corridoi di edifici abbandonati, alci che camminano tra i resti di un parco giochi.
La domanda che i ricercatori si sono posti per decenni è semplice ma non banale: la fauna prospera nonostante le radiazioni o grazie all'assenza degli esseri umani? La risposta non è definitiva, ma tende verso la seconda spiegazione.
Valutare l'impatto delle radiazioni sui grandi mammiferi è più difficile di quanto sembri: i lupi possono avere habitat che superano i 200 chilometri quadrati, spostandosi continuamente tra zone a radioattività molto diversa. I livelli di esposizione effettiva restano difficili da stimare e i dati spesso non sono comparabili tra studi diversi. Quello che emerge con chiarezza è che i grandi mammiferi hanno trovato il loro posto e, in alcuni casi, prosperano. I lupi nella zona sono sette volte più numerosi che nelle riserve naturali non contaminate della stessa regione.
La storia è più complicata per le specie più piccole e sedentarie. Nei roditori, alcuni studi documentano alterazioni genetiche, riduzione della capacità riproduttiva, accumulo di danni cellulari che si trasmettono di generazione in generazione.
Gli insetti impollinatori sembrano particolarmente sensibili ai livelli di radiazione presenti nell'area. E il sottobosco fatica ancora: i microrganismi che dovrebbero decomporre la materia organica lavorano più lentamente, la lettiera si accumula e con essa il rischio di incendi.
In queste foreste, però, un incendio non è solo un pericolo ecologico: è un vettore. Le fiamme rimettono in circolazione i radionuclidi sepolti nel suolo, disperdendoli in atmosfera.
Non è un paradiso: è un ecosistema che ha trovato il proprio equilibrio in condizioni che di naturale hanno poco e che lo costruisce ogni giorno, con le risorse che ha.
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