Il 10 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, che quest’anno ha messo al centro l’ascolto di chi ha vissuto in prima persona un problema di salute mentale e, pochi giorni dopo, il 13 ottobre a Bruxelles, l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha lanciato la nuova campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026-2028, intitolata Insieme per la salute mentale sul lavoro e dedicata alla prevenzione dei rischi psicosociali negli ambienti di lavoro. Due appuntamenti così vicini nel calendario suggeriscono una domanda da porsi con calma: quando parliamo di salute mentale sul lavoro, dove stiamo guardando?
Negli ultimi anni poche parole hanno avuto la fortuna di resilienza. La si ritrova nei piani nazionali, nei corsi di formazione, nei colloqui di selezione e, quasi sempre, indica una qualità che ci si aspetta dalle persone: la capacità di assorbire i colpi, adattarsi, andare avanti. In ingegneria la parola ha un significato molto più preciso, perché la resilienza è una proprietà dei materiali e misura l’energia che un materiale riesce ad assorbire in un urto prima di rompersi.
Nessun progettista, però, affiderebbe la sicurezza di una struttura soltanto alla resilienza dei materiali senza prima occuparsi dei carichi e delle condizioni ambientali di esercizio in cui si troverà a lavorare.
Per molto tempo anche la sicurezza sul lavoro ha cercato le cause degli infortuni nella distrazione o nell’imprudenza del singolo. Sono serviti decenni perché lo sguardo si spostasse verso le macchine, gli ambienti e le procedure e perché si accettasse l’idea che un incidente racconta quasi sempre qualcosa anche dell’organizzazione in cui accade. Quando si parla di salute mentale, questo passaggio è ancora in corso e il problema tende a essere letto come una questione personale, una fragilità da gestire in privato, qualcosa che riguarda chi sta male più del contesto in cui sta male.
L’indagine OSH Pulse 2025, condotta dall’EU-OSHA su oltre 28.000 lavoratori in Europa, offre un quadro piuttosto nitido. Il 29% dichiara di soffrire di stress, ansia o depressione causati o aggravati dal lavoro e quasi la metà, il 45%, riferisce di essere esposta a rischi per il proprio benessere mentale.
Quando si guarda a quali siano questi rischi, l’elenco parla da sé: il 44% segnala una forte pressione legata ai tempi o al carico di lavoro, uno su tre ha la sensazione che il proprio impegno passi inosservato, quasi il 30% lamenta una comunicazione o una cooperazione inadeguate.
Sono tutti fattori che dipendono dal modo in cui il lavoro viene progettato, distribuito e riconosciuto, molto più che dal carattere o dalla tenuta emotiva di chi lo svolge.
Nelle valutazioni ambientali, dalla bonifica dei siti contaminati alla gestione degli impatti, il ragionamento si regge su uno schema preciso: una sorgente che genera una pressione, un percorso attraverso cui questa si propaga, un bersaglio che può esserne colpito. Anche le strategie di intervento seguono la stessa logica e, quando possibile, partono dalla sorgente, perché proteggere soltanto chi è esposto lascia il problema esattamente dove si trova.
La normativa sulla sicurezza sul lavoro ragiona così da molto tempo. Già la direttiva quadro europea 89/391 indicava tra i principi generali di prevenzione quello di combattere i rischi alla fonte e di adattare il lavoro alla persona; in Italia il Testo Unico sulla sicurezza chiede di dare priorità alle misure collettive rispetto a quelle individuali e include esplicitamente lo stress lavoro-correlato tra i rischi da valutare.
Applicato alla salute mentale, questo schema permette di leggere con più precisione anche gli strumenti di supporto che molte organizzazioni hanno introdotto negli ultimi anni. Offrono un sostegno concreto e prezioso a chi ne ha bisogno, ma in questo schema si collocano dalla parte del bersaglio.
Nella gerarchia delle misure di prevenzione, i dispositivi di protezione individuale arrivano per ultimi, quando il rischio non può essere eliminato o ridotto in altro modo: chiedere alle persone di diventare più resilienti senza intervenire su carichi, tempi e chiarezza dei ruoli significa, in fondo, partire dall’ultimo gradino.
Rispetto a rumore, polveri o agenti chimici, i rischi psicosociali hanno una caratteristica che li rende più difficili da gestire: non si vedono. Non esiste uno strumento che ne misuri la concentrazione né un valore limite oltre il quale scatta l’allarme; inoltre, i loro effetti emergono spesso tardi, quando il disagio si è già trasformato in qualcosa di più serio.
Chi ha accompagnato un amico o un familiare nei momenti più difficili di un disturbo mentale ritrova la stessa difficoltà: la fatica di capire una malattia che non si vede e la sensazione, ancora più difficile da sopportare, di non sapere cosa fare per essere d’aiuto. Con il tempo si impara che spesso la cosa più utile è anche la più semplice, cioè esserci, ascoltare senza cercare subito una soluzione e accettare che alcuni giorni saranno più pesanti di altri.
Il tema scelto quest’anno per la Giornata mondiale indica la stessa strada, perché invita ad ascoltare chi la sofferenza l’ha attraversata in prima persona. Anche la valutazione dello stress lavoro-correlato, del resto, prevede di coinvolgere i lavoratori e di raccoglierne la percezione: ciò che non si vede, in molti casi, si può comunque ascoltare.
Più resilienti di così, molte persone non potrebbero essere. Quello su cui si può ancora intervenire, come in ogni buon progetto, sono il carico e l’ambiente.
Parlarne può aiutare, anche con qualcuno che non conosci. Questi servizi sono a disposizione anche di chi sta accanto a una persona in difficoltà e non sa come aiutarla.
Telefono Amico Italia: 02 2327 2327, tutti i giorni 24 ore su 24
Samaritans Onlus: 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22
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