Sostenibilmente in - 14 Febbraio 2026

Spostarsi senza fuggire


La notizia arriva dal Pacifico, ma parla al mondo intero. Tuvalu, uno dei più piccoli Stati insulari del pianeta, sta progressivamente perdendo territorio a causa dell’innalzamento del livello del mare. Non è una previsione futura: è un processo già in corso. Le maree alte inondano aree abitate, l’acqua salata compromette le falde di acqua dolce, l’erosione costiera riduce superfici già minime.

In questo contesto, oltre un terzo della popolazione ha fatto richiesta di accesso a un programma di visti climatici verso l’Australia, previsto dall’accordo bilaterale Falepili Union, pensato esplicitamente per rispondere agli impatti del cambiamento climatico.

Il meccanismo prevede una quota annuale limitata di ingressi concessi tramite un sistema di selezione casuale, una vera e propria “lotteria climatica”, che consente ai cittadini di Tuvalu selezionati di trasferirsi legalmente in Australia con accesso a lavoro, istruzione e servizi, senza perdere il legame giuridico e culturale con il proprio Paese d’origine.

Un laboratorio di adattamento climatico

Tuvalu è un micro-Stato con un’altitudine media di poco superiore al metro sul livello del mare. Questa caratteristica geografica rende gli atolli estremamente vulnerabili all’innalzamento degli oceani, un fenomeno che nel Pacifico procede più rapidamente della media globale.

Ma ridurre questa notizia a una narrazione di “isola che scompare” sarebbe fuorviante.

Quello che sta accadendo a Tuvalu è, prima di tutto, un laboratorio di adattamento climatico, in cui la resilienza non è uno slogan ma una necessità quotidiana.

Negli ultimi anni il Paese ha avviato una strategia articolata che combina soluzioni ingegneristiche, approcci basati sugli ecosistemi e rafforzamento delle capacità sociali e istituzionali.

Il Tuvalu Coastal Adaptation Project, sostenuto dal Green Climate Fund e da partner internazionali, ha l’obiettivo di proteggere le aree più esposte attraverso barriere costiere, rialzi artificiali del terreno e la creazione di nuove superfici abitabili destinate a infrastrutture critiche.

Parallelamente, viene riconosciuto il ruolo fondamentale degli ecosistemi naturali: mangrovie, barriere coralline e vegetazione costiera non sono semplici elementi del paesaggio, ma vere e proprie difese naturali contro l’erosione e le mareggiate.

Accanto alle opere fisiche, Tuvalu investe in conoscenza e competenze. L’uso di dati satellitari, rilievi topografici e modellazione climatica permette di pianificare gli interventi in modo mirato, mentre programmi di formazione tecnica mirano a rafforzare l’autonomia delle comunità locali. L’adattamento, in questo senso, non è solo una questione di infrastrutture, ma di capacità di leggere il rischio, anticiparlo e gestirlo.

Quando restare non basta

C’è però un aspetto che rende Tuvalu un caso emblematico: la mobilità umana viene riconosciuta come parte integrante della strategia di resilienza. Il programma di visti climatici verso l’Australia non rappresenta una fuga improvvisata, ma un percorso pianificato che garantisce accesso a lavoro, istruzione e servizi, preservando dignità e diritti.

È una risposta che rompe una narrazione diffusa, secondo cui adattarsi significhi necessariamente restare. In alcuni contesti, adattarsi può voler dire anche spostarsi, mantenendo vivi i legami culturali e sociali pur cambiando territorio.

La storia di Tuvalu ci obbliga a ripensare il concetto stesso di sostenibilità. Non come semplice riduzione degli impatti, ma come capacità di accompagnare le trasformazioni, anche quando mettono in discussione confini, identità e modelli di vita. In un mondo in cui sempre più comunità costiere dovranno confrontarsi con rischi simili, l’adattamento diventa un processo complesso e multilivello: difendere ciò che può essere difeso, rigenerare ciò che può essere rigenerato e, quando necessario, ripensare cosa significhi abitare un territorio.

Tuvalu non è un’eccezione lontana. È un anticipo. E ci ricorda che la resilienza climatica non è fatta solo di muri e barriere, ma di scelte politiche, cooperazione internazionale e nuove forme di solidarietà globale.

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