Sostenibilmente in - 3 Marzo 2026

La chimica della performance


Jaelin Kauf (Stati Uniti) alle qualificazioni di moguls, Livigno, 11 febbraio

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina si sono svolte in un contesto che, ben prima dell’inizio delle gare, aveva alimentato discussioni su costi, impatti ambientali, infrastrutture e sostenibilità della neve in un clima sempre più instabile. Un grande evento sportivo, oggi, non è soltanto competizione e spettacolo: è anche una verifica di coerenza tra tecnologia, territorio e responsabilità ambientale.

All’interno di questo quadro si inserisce una notizia che potrebbe sembrare tecnica, ma che segna un passaggio significativo. Tre atleti sono stati esclusi dalle competizioni dopo che sui loro sci (e su una tavola da snowboard) è stata rilevata la presenza di sciolina contenente fluorocarburi, sostanze vietate dalla Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS). Si tratta delle prime esclusioni olimpiche legate al divieto delle scioline al fluoro, entrato pienamente in vigore nelle competizioni internazionali.

Non siamo di fronte a un caso di doping: le atlete non sono risultate positive a sostanze nel sangue o nelle urine. La sostanza vietata era applicata sugli sci e i controlli vengono effettuati attraverso strumenti in grado di rilevare la presenza di fluoro sulla soletta, indipendentemente dall’intenzionalità. La responsabilità, in questi casi, riguarda il materiale utilizzato in gara e il rispetto delle regole tecniche stabilite dall’organizzazione.

Per sempre

Per anni le scioline al fluoro sono state impiegate nello sci di fondo e in altre discipline invernali perché migliorano la scorrevolezza in determinate condizioni di neve, riducendo l’attrito e offrendo un vantaggio competitivo misurabile. La loro efficacia tecnica non è mai stata in discussione. Ciò che è cambiato, negli ultimi anni, è la consapevolezza del loro impatto ambientale.

I fluorocarburi rientrano nella famiglia dei PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), composti chimici caratterizzati da una straordinaria stabilità molecolare. Questa stabilità li rende resistenti all’acqua, al calore e alla degradazione, qualità che ne hanno favorito l’uso in numerosi ambiti industriali; allo stesso tempo, però, li rende estremamente persistenti nell’ambiente. Una volta dispersi, tendono ad accumularsi nel suolo, nelle acque e negli organismi viventi, e per questo vengono spesso definiti “inquinanti eterni”.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha evidenziato la diffusione globale dei PFAS e le difficoltà legate alla loro rimozione, mentre a livello normativo diversi Paesi europei hanno avviato processi di restrizione e revisione del loro utilizzo. Il divieto nello sport agonistico si colloca all’interno di questa traiettoria più ampia e non rappresenta una misura isolata: è il riflesso di un cambiamento che riguarda il modo in cui valutiamo rischi, benefici e responsabilità.

Il confine

L’episodio olimpico rende visibile un passaggio culturale che va oltre la singola squalifica. Le competizioni di alto livello sono storicamente un laboratorio di innovazione tecnologica: materiali più leggeri, superfici più performanti, soluzioni sempre più sofisticate per ridurre attrito e aumentare velocità. Oggi, tuttavia, l’innovazione non può essere misurata soltanto in termini di prestazione. Deve essere valutata anche alla luce del ciclo di vita dei materiali, delle filiere produttive e delle conseguenze ambientali che lasciano nel tempo.

La regolazione si estende così dal corpo dell’atleta al sistema materiale che rende possibile la performance. Non è un semplice dettaglio tecnico, ma un segnale culturale: riconoscere che anche ciò che accade “a bordo pista” rientra nella sfera della responsabilità ambientale significa ampliare il perimetro stesso delle regole.

In un momento storico in cui la praticabilità degli sport invernali è messa in discussione dall’aumento delle temperature e dalla riduzione dell’innevamento naturale, questo tema assume un significato ulteriore.

Se cambiano le condizioni climatiche, cambiano anche le condizioni della gara e se cambiano le condizioni della gara, diventa inevitabile ridefinire ciò che consideriamo accettabile per ottenere un vantaggio competitivo.

Lo sport di alto livello ha sempre spinto oltre i limiti. Oggi, però, il limite non è soltanto fisico o tecnologico: è anche ambientale. Stabilire che una sostanza non è più accettabile significa riconoscere che la velocità non è l’unico parametro con cui misuriamo il progresso. Anche una gara sulla neve, nel suo piccolo, riflette le scelte del tempo in cui si corre.

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